Microfibre e Microplastiche

Microfibre: problemi e soluzioni

Negli ultimi due anni si è presa coscienza della pericolosità delle microplastiche e delle microfibre.

Le microplastiche sono frammenti microscopici di plastica, i materiali plastici dispersi nell’ambiente infatti non si bio-degradano: pensati per durare “in eterno”, non scompaiono ma si frammentano fino a raggiungere dimensioni minuscole, tali da sfuggire ai normali sistemi di filtraggio.

Tra le microplastiche, la cui presenza sembra essere sottostimata, le microfibre rappresentano una parte degna di nota:

“Le dimensioni microscopiche (delle microfibre) favoriscono l’ingestione da parte dei pesci. Il rischio è amplificato dalla loro capacità di bioaccumularsi negli organismi, quindi di concentrare una quantità sempre maggiore di tossine nei corpi degli animali ai livelli superiori della catena alimentare.

A sua volta, la bioaccumulazione spalanca prospettive decisamente inquietanti visto che le microfibre plastiche assorbono molecole e sostanze inquinanti persistenti e ad elevatissima tossicità, come ad esempio i policlorobifenili (PCB), che si vanno poi a concentrare nei tessuti organici.” (da Rinnovabili.it)

Cosa sono le microplastiche?

Si tratta di particelle di origine antropica di dimensioni comprese tra 5 mm e 330 µm. […] la maggior parte di queste particelle tende a galleggiare nei primi cm della colonna d’acqua. Ovviamente le particelle con alta densità specifica tendono a decantare nei sedimenti, e generalmente sfuggono ai campionamenti […].
Oltre che su base dimensionale, le microplastiche sono ovviamente suddivise su base composizionale. I composti che più comunemente vanno a costituire le plastiche sono il polietilene, il polipropilene, il polistirene, il polietilene tereftalato ed il polivinilcloride, le cui fonti originarie sono principalmente bottiglie di plastica, contenitori per il cibo, reti da pesca, posate, pellicole, bicchieri di plastica (Valavanidis & Vlachogianni, 2014). (da Marevivo)

Un’altra interessante divisione delle micro plastiche è data dalla differenza tra le microplastiche primarie e secondarie. Le prime (primarie) sono le microplastiche create appositamente in questa dimensione per soddisfare le esigenze di produzione di tantissimi beni di consumo. Le microplatiche secondarie invece sono quelle originatesi per frammentazione di plastiche di grandi dimensioni.

quante microfibre in mare?

Cosa sono le microfibre?

Sono generalmente definite microfibre, quelle fibre (in fili continui) aventi una massa lineare compresa tra 0,3 e 1,0 dtex (unità di misura tessile). Tra le microplastiche, le microfibre, rappresentano un segmento consistente: secondo uno studio dell’UICN del 2017 “Primary Microplastics in the Oceans“, le microfibre originate dai lavaggi di abbigliamento in lavatrice rappresentano il 35% delle microplastiche primarie che troviamo negli oceani.

La grande abbondanza di queste particolari tipologie di microplastiche è dovuta al crescere del consumo di abbigliamento (pronto moda), dalla predisposizione dei capi a rilasciare grandi quantità di questi inquinanti e dall’assenza di sistemi di filtraggio sia domestici che nella rete idrica.

I filamenti plastici sono dunque così comuni perché tutti noi, senza rendercene conto, li produciamo in grandissimi quantitativi: derivano direttamente dai nostri abiti contenenti percentuali di poliestere o di altre fibre sintetiche. Un normale lavaggio in lavatrice genera in media oltre 1900 microplastiche per capo d’abbigliamento (il che corrisponde ad oltre 100 fibre per Litro d’acqua per un lavaggio di tutti capi), circa il 180% in più delle fibre rilasciate da abbigliamento in lana. In inverno con un maggior quantitativo di indumenti, il rilascio di microplastiche fibrose aumenta di circa il 700%.

I rischi

La plastica così miniaturizzata, entra facilmente nella catena alimentare ingerita dai pesci o dagli insetti. Dalle ultime rilevazioni, tra il 25 e il 30 per cento dei pesci e invertebrati analizzati presenti nel Mar Tirreno, contiene micro particelle di plastica.

Gli inquinanti organici persistenti che più frequentemente vengono adsorbiti dalle microplastiche sono ad esempio gli Ftalati, i PCB, le organoclorine e i metalli pesanti (Ashton et al., 2010; Seltenrich, 2015).
Questo processo fa sì che una piccola superficie quale quella di una microparticella possa concentrare grandi quantitativi di inquinanti, favorendone la dispersione in mare e diventano una vera e propria “bomba a orologeria”.

Antibiotici e resistenza batterica: si è scoperto che nel bio-film che riveste queste perline millimetriche di plastica proliferano comunità di batteri molto inclini allo scambio intercellulare e di DNA. Si chiama HGT, horizontal gene transfer, ed è il trasferimento dei geni in modalità orizzontale, non tra genitori e progenie. Per effetto dell’enorme sversamento di antibiotici, sia per utilizzo umano sia animale nei corsi d’acqua, molti batteri presentano geni resistenti a quel tipo di farmaci. Se quegli stessi batteri vanno a insediarsi sulle microplastiche hanno – nel caso di acqua dolce – 100 volte la capacità di trasmettere quei geni rispetto ai batteri presenti in fiumi e laghi e nel caso di microplastiche marine una capacità 1000 volte in più degli altri batteri presenti nell’acqua salata. E, siccome queste plastiche sono ingerite dai pesci, se ne desume che potremmo essere noi umani i destinatari ultimi di questa assai indesiderata farmaco-resistenza (La Stampa).

 

Le Soluzioni

Trovare delle soluzioni a questo problema è urgente ma anche molto difficile, proprio perché rappresenta una novità nel panorama delle tematiche ambientali.

Tessuti che non rilasciano microfibre

La prima, quanto più semplice soluzione è l’uso di filati e tessuti che non rilasciano microfibre inquinanti. Questa è sicuramente la soluzione più difficile per le caratteristiche tecnologicamente avanzate richieste al tessuto: esistono già dei filati ottenuti da scarti di lavorazione di cocco e vinacce o ecopelle dagli scarti del te verde. Ancora più accattivante e affascinante è l’esempio del tessuto realizzato con polimeri biodegradabili ottenuti dalle emissioni di gas metano. Purtroppo questi filati sono ancora destinati a piccole produzioni poco scalabili.

Tessuti naturali

I tessuti naturali che sembrano sempre essere la soluzione più semplice, presentano in realtà almeno due grandi problemi: i costi ambientali e il rilascio di microfibre di cui non si conoscono bene le conseguenze.

Come ben evidenziato in precedenza sul nostro blog, i tessuti naturali spesso di “naturale” hanno ben poco, anche i filati ottenuti da fibre biologiche, vanificano la loro sostenibilità ambientale con degli alti costi di trasporto, alto utilizzo di risorse e filiere non controllate. La maggior parte del cotone (per citare l’esempio migliore) è d’importazione e lo stesso impiega un quantitativo di acqua troppo elevato per poter essere considerato una coltura sostenibile.  Dal Benchmark delle fibre di MadeBy, sappiamo che i filati veramente sostenibili sono la canapa e il lino biologici, coltivati in Italia (nel territorio). Purtroppo nel nostro paese attualmente mancano completamente filiere capaci di trasformare queste piante in filato (impianto di trasformazione del fusto in “fiocco” per filatura). Noi di Quagga ci auguriamo vivamente che presto si possa ovviare a questa enorme lacuna.

Sacchetti filtro

sacchetto filtro microfibre
Sacchetto filtro per lavatrice Guppyfriend

Esistono già delle soluzioni in commercio capaci di filtrare una buona parte delle microfibre rilasciate durante il lavaggio del nostro abbigliamento. Dalle nostre ricerche 2 soluzioni sembrano già a portata dei consumatori: Coraball e il sacchetto Guppyfriend. Mentre la prima è una palla con molteplici bracci capaci di catturare circa il 20% delle microfibre, il secondo è un sacchetto che invece filtra fino al 90% delle microparticelle.

Filtraggio dello scarico

L’apporto dei sistemi di filtraggio delle nostre macchine per il bucato è ovvio. Controllare il rilascio delle microfibre all’origine è chiaramente un passaggio da non sottovalutare. Fortunatamente anche in questo ambito sembra che le cose si stiano “muovendo”. Un esempio lo troviamo nel comunicato stampa della Grundig, la quale annuncia un nuovo sistema di filtraggio per la sua nuova produzione di lavatrici (oltre a parti in plastica riciclata), capace di intrappolare fino al 99% delle “microfibre di tessuto che si perdono nell’acqua contribuendo cosi a proteggere il nostro ambiente per un futuro più pulito e sostenibile.”

Filtraggio della rete idrica

Il compito di filtrare l’acqua deve anche essere del gestore, le reti idriche nazionali hanno bisogno di essere adeguate con sistemi di filtraggio idonei a questo insidioso inquinante. In questo senso sembra che alcune grandi aziende che operano a livello internazionale (come la Suez), stiamo attivando dei progetti volti a prevenire il diffondersi di microfibre e microplastiche, proprio con impianti di filtraggio dinamico delle reti idriche, controllando gli scarichi delle acque nere, grigie e piovane, prima che queste finiscano nuovamente nell’ecosistema.

Riduzione consumo plastica

sacchetto compostabile
Certificazione sacchetto compostabile

Come è facile da immaginare la riduzione globale dell’uso di plastica è una delle soluzioni più incisive per la riduzione delle microplastiche. Queste ultime sono costituite al 70% da polimeri generalmente associati a prodotti monouso. La deduzione più semplice è proprio che eliminando la plastica monouso si possa eliminare una gran parte del problema.

Sebbene l’industria della plastica (e del suo riciclo) faccia una poco velata resistenza all’abbandono dei polimeri plastici (giustificata anche da peculiarità tecniche che le alternative ancora non hanno), la strada sembra tracciata: eliminazione della plastica monouso e incentivazione dei polimeri biodegradabili (bioplastiche). Contemporaneamente rimane comunque necessario un investimento sullo sviluppo di plastiche riciclabili all’infinito per tutti gli altri prodotti durevoli. Lo stesso Ministero dell’Ambiente ha iniziato (accompagnato dalla campagna di comunicazione #IoSonoAmbiente) a bandire la plastica monouso e fare pressione sui altri ministeri affinché perseguano lo stesso obiettivo.

Un espediente immediato per ridurre subito le microfibre disperse in acqua è la riduzione della frequenza e della temperatura del lavaggi in lavatrice, oltre ad evitare mezzi carichi e l’uso dell’asciugatrice.

Ad oggi l’uso di plastica riciclata per l’abbigliamento è comunque una delle soluzioni più sostenibili, in funzione proprio della riduzione della produzione di nuova plastica che il riciclo comporta, soprattutto se parliamo di capi che non vengono lavati spesso (come le giacche e i giubbotti). Piuttosto, come suggerito anche da uno studio UK dell’Institution of Mechanical Engineers, il governo dovrebbe sostenere lo sviluppo di tecnologie (sia meccaniche che chimiche) di riciclaggio di fibre e in particolare quelle tecniche che sono in grado di separare le fibre composite e permetterne un “riuso completo”. Sarebbe ideale quindi che si investisse anche su tecnologie che permettono di riciclare i materiali più volte senza che questi perdano le proprietà che li rendono così performanti.

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